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Basta austerity: la politica di coesione sia slegata dalle riforme incentrate sul rigore
9 settembre 2016
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Questo è il nostro secondo scambio di vedute sul Programma di Riforme Strutturali, dopo l’incontro con il Commissario a maggio.
Adesso abbiamo gli emendamenti dei due rapporteur alla proposta di Regolamento della Commissione e dunque la possibilità di confrontarci con una prima posizione, in attesa degli emendamenti di tutti noi altri parlamentari della prossima settimana di cui discuteremo ad ottobre.
Mi potrei soffermare su alcuni aspetti migliorativi del testo operati dai due relatori, come per dire l’emendamento 6 al paragrafo 10, dove si sottolinea che il Parlamento sia pienamente informato per quanto riguarda il ricevimento di una richiesta di sostegno a titolo del programma e l’analisi effettuata dalla Commissione. O anche l’emendamento 10 su paragrafo 13bis, dove si specifica che la fonte di finanziamento per questo particolare programma non dovrebbe costituire un precedente per eventuali future proposte.
Purtroppo, però, dobbiamo andare alla radice del problema.
Il vero nodo di tutto il report, risiede a mio avviso, in un’incongruenza di fondo, ben esemplificata nell’emendamento 29 su articolo 5-paragrafo 2-lettera D, che ha ad oggetto i settori dove dovrebbero insistere gli obiettivi specifici del Programma.
Qui i relatori aggiungono, alla lista di: istruzione e formazione, politiche del mercato del lavoro, inclusione sociale, sistemi di previdenza e assistenza sociale, sanità pubblica e sistemi di assistenza sanitaria, politiche in materia di asilo, migrazione e frontiere, anche la parola: COESIONE.
Ma, e qui mi ricollego a quanto già espresso a maggio, il problema è che le riforme strutturali non hanno, purtroppo, nulla a che fare con la coesione, se non nella misura in cui la annientano o nella misura in cui, come in questo caso, vanno a prendere quasi 143 milioni di euro per finanziare il programma.
E la cosa che fa amaramente sorridere, è che il regolamento prende spunto da quanto accaduto in Cipro e Grecia!
Per riforme strutturali, proprio secondo la definizione ripresa nel regolamento in esame, si intendono quelle relative anche al mercato del lavoro e quindi alla previdenza sociale, alla liberalizzazione e privatizzazione di servizi, per non parlare del campo dell’istruzione e alla formazione.
Com’è stato già dimostrato in Grecia, Cipro,e Portogallo i programmi di riforma strutturale non stanno contribuendo alla crescita né al miglioramento della prosperità economica negli Stati membri, ma, al contrario, stanno aumentando notevolmente il numero di persone disoccupate, aggravando le ineguaglianze sociali e riducendo in uno stato di indigenza milioni di cittadini dell’UE.
Mi fa sorridere amaramente il fatto che sia citata la Grecia, ossia un Paese ridotto alla fame, colonizzato dalla Troika e depredato dalle multinazionali, con una disoccupazione giovanile schizzata dal 30 al 55%, e un milione di greci che ha perso il posto di lavoro. Non importa se c’è stato un aumento del 270% dei casi di depressione e se oltre 2 milioni e mezzo di greci hanno perso l’assicurazione sanitaria
Vogliamo parlare di istruzione e formazione? Esiste un utilissimo studio, fatto proprio dal Policy Department del Parlamento per la commissione LIBE, ed intitolato “L’impatto della crisi sui diritti fondamentali negli stati Membri dell’UE”, del 2015, che dimostra come in settori come quello dell’istruzione e della formazione la riduzione delle spese richiesta dai programmi di aggiustamento economico in Grecia e Cipro ha provocato la marginalizzazione dei gruppi svantaggiati e quindi la riduzione dell’applicabilità del diritto all’istruzione.
Il Movimento 5 Stelle si oppone alle riforme strutturali in senso lato in quanto inutili e dannose, e a maggior ragione se a finanziarle sarebbe proprio l’unico strumento, ovvero la politica di coesione, capace di ridurre il divario di sviluppo, occupazione, istruzione tra le diverse regioni.
Non serve assolutamente, a mio avviso, questo programma di riforme strutturali, di cui non vedo la ratio neanche per la cosiddetta ‘administrative capacity’.
Abbiamo già tutti gli strumenti a nostra disposizione, a livello di Programmi Operativi nazionali e regionali per migliorare il tasso di assorbimento delle regioni o la loro capacita amministrativa. Per la programmazione 2014-2020 la responsabilità deve essere di regioni e degli Stati Membri, che non hanno certo bisogno di una sorta di progetto pilota in vista di una possibile riforma post-2020 atta a depotenziare, ancor di più, la politica di coesione.

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ROSA D'AMATO