Fondi Europei Regi
EFSI e ESIF
21 gennaio 2015
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EFSI, ESIF e la bandiera della flessibilità

La comunicazione della Commissione del 13 gennaio ‘MAKING THE BEST USE OF THE FLEXIBILITY WITHIN THE EXISTING RULES OF THE STABILITY AND GROWTH PACT’, disponibile qui, ha generato un serie di speculazioni e strumentalizzazioni volte a sbandierare l’esistenza una presunta ‘nuova’ flessibilità, raggiunta grazie alle capacita negoziali della Presidenza Italiana.

Purtroppo per l’Italia, il quadro è ben diverso. Tentiamo in questo post di fare un po’ di chiarezza sulla situazione attuale e anche sulle differenze tra i diversi fondi citati sia nella Comunicazione della Commissione sia nelle euforiche interviste dei rappresentanti del Governo.

EFSI è l’acronimo per European Fund for Strategic Investments, ossia il famoso piano Juncker. Ammonterà, come detto dal Presidente della commissione, a 21 miliardi di euro (5 miliardi di euro saranno forniti dalla BEI, gli altri 16 proverranno dai fondi del bilancio UE) che, con il presunto ‘effetto leva’ dovrebbero arrivare a 315.

Su EFSI, ma questo era già noto, i contributi nazionali al nuovo Fondo europeo per gli investimenti strategici (EFSI) previsto dal piano Juncker non saranno conteggiati nel calcolo del deficit. Ai paesi che contribuiranno al Piano si permetterà di sforare – a patto che sia “di poco” e “temporaneamente” – il tetto del 3 per cento.

Cosa ben diversa sono i fondi della politica di coesione, che si chiamano, dal 2014, ESIF (European Structural and Investment Funds) e ammontano a circa 350 miliardi di euro.

I cinque fondi strutturali e di investimento europeo sono:

-Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR)

-Fondo sociale europeo (FES)

-Fondo di coesione (FC)

-Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR)

-Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca (FEAMP).

Su questi la flessibilità è molto risibile. La vera flessibilità sui fondi della politica di coesione avrebbe dovuto prevedere lo scorporo del cofinanziamento regionale/nazionale dal computo del patto di stabilità. Questo scomputo, ad oggi, non esiste. Il documento della Commissione nei fatti, non prevede nessuna ‘golden rule’, che era l’obiettivo dichiarato di Renzi, ossia la possibilità di escludere del tutto ogni tipo di investimento dal deficit.

Teniamo conto del fatto che, secondo le regole del Fiscal Compact, l’Italia deve ridurre il deficit strutturale dello 0,5% l’anno (se vi ricordate, questo era stato il famoso argomento del contendere della lettera dellla Commissione ad Ottobre 2014, che aveva criticato che la riduzione attuata dall’ Italia fosse solo del 0,1% e della risposta di Padoan, che aveva poi garantito almeno uno 0,3 %)

Ora, secondo il documento della Commissione del 13 gennaio, i Paesi membri che mettono in atto delle riforme potranno correggere di meno l’andamento dei conti pubblici a tre condizioni:

1)deve trattarsi di interventi “rilevanti”, “con effetti positivi di lungo termine dimostrabili sul bilancio, incluso l’aumento della crescita potenziale”,

2) devono essere “effettivamente implementati”.

3) La deviazione non potrà comunque superare lo 0,5% del Pil, e gli obiettivi di medio termine andranno in ogni caso raggiunti entro quattro anni.

Cioè, in sostanza, si da più tempo per raggiungere all’Italia l’obiettivo di medio termine, che è un bilancio in pareggio in termini strutturali (la correzione annua potrà dunque essere dello 0,25 per cento invece che dello 0,5), a patto che l’Italia rispetti le sopramenzionate condizioni.

Ricordiamo che, nell’aprile del 2012 il Parlamento italiano ha definitivamente introdotto, come principio costituzionale nell’ordinamento giuridico italiano, il pareggio di bilancio (modificando gli artt. 81-117-119.97 della Costituzione italiana) con la legge costituzionale 20 aprile 2012 n. 1.

La flessibilità sulla politica di coesione praticamente non esiste poiché, in nessun caso , comunque, il cofinanziamento regionale/nazionale è scomputato per il calcolo del deficit.

In estrema sintesi, si concede di poter sforare un po’ dagli obiettivi di pareggio di bilancio limitatamente e sotto precise condizioni, ma non dal 3 per cento annuale del rapporto deficit/PIL.

Al fine di fare ulteriore chiarezza, aggiungiamo un po’ più di dettagli. Il Prodotto Interno Lordo (PIL) esprime il valore complessivo dei beni e servizi finali prodotti all’interno di una nazione di uno Stato e viene solitamente calcolata su base annuale.

Il PIL è un indicatore economico molto importante in quanto misura la ricchezza prodotta in un Paese, ossia la sua crescita reale.

La differenza positiva tra entrate (tasse ed imposte) ed uscite dello Stato misura il risparmio pubblico o avanzo di bilancio mentre quella negativa il cosiddetto deficit o disavanzo primario.

L’indicatore deficit/PIL viene utilizzato per calcolare l’ammontare del deficit delle amministrazioni pubbliche in rapporto al PIL, ed è uno dei due parametri di Maastricht. il secondo è il rapporto debito pubblico/PIL (il debito pubblico è la somma dei deficit che si sono accumulati negli anni, il limite sarebbe fissato al 60% e l’Italia è attualmente al 133,8).

Tornando al rapporto deficit/PIL, è abbastanza intuitivo notare che, essendo il PIL il denominatore della frazione, e data la scarsissima crescita del PIL prevista nel 2015, pari al 0,6 per cento di fronte a media UE del 1.5 (guarda sotto il grafico, fonte ECOFIN, disponibile anche qui), il governo italiano, a meno di insostenibili misure draconiane di riduzione della spesa, avrà uno spazio ridottissimo di manovra per i cosiddetti ‘investimenti’ nella politica di coesione , visto che, come detto sopra, essi non sono scomputati dal calcolo del rapporto deficit/PIL.

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ROSA D'AMATO