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I fondi UE diretti non bastano, l’italia investa di piu’ in ricerca
30 marzo 2017
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Ho lavorato sulla valutazione dell’attuale programma Horizon2020 e sulle proposte per il nono programma quadro in quanto shadow dell’opinion che è stata richiesta in commissione Sviluppo regionale di cui sono coordinatrice per il mio gruppo politico.

Quello che ho avuto modo di notare è che nonostante il considerevole incremento della dotazione destinata a Orizzonte 2020 rispetto ai precedenti programmi quadro di ricerca, e sebbene le dotazioni per l’innovazione e la competitività nel quadro della politica di coesione siano nettamente aumentate nel corso del decennio passato, si continua a parlare di garantire sinergie ottimali tra i fondi per far fronte all’intensificarsi delle pressioni esercitate dai mercati globali e massimizzare l’impatto e l’efficienza dei finanziamenti pubblici.

Questo Parlamento e il Consiglio hanno addirittura parlato di una misura “necessaria” e non più semplicemente auspicabile.

Ma per far ciò bisognerebbe allineare le strategie e le modalità di attuazione e integrare le tabelle di marcia esistenti e future.

Si tratta di un qualcosa completamente in fieri, in quanto l’attuazione dei fondi SIE è disciplinata dalle norme degli Stati membri in materia di gestione concorrente, mentre il sostegno a titolo di Horizon2020è gestito a livello UE, direttamente o indirettamente dalla Commissione.

Se da un lato quindi gli Stati membri devono utilizzare le strategie di specializzazione intelligente per agire sulle singole regioni, dall’altro la Commissione dovrebbe rafforzare i punti di contatto nazionali ed i rapporti con le autorità di gestione dei fondi SIE nazionali e regionali.

Stiamo parlando quindi di uno sconvolgimento totale delle procedure che presenta alcuni rischi: il primo di natura “politica” ovvero uno snaturamento delle politica di coesione che lascia intravedere un futuro allineamento con i programmi a gestione diretta, pericolo più volte evocato qui in Parlamento; il secondo rischio è di carattere tecnico: in un’Europa che à già a più velocità, come ribadito anche dal presidente Juncker ultimamente ( 🙂 ) , anche tutto questo processo comporterebbe uno sforzo organizzativo e gestionale che alcuni Stati Membri (come temo anche il nostro purtroppo) non sarebbero capaci di affrontare.

Queste quindi le mie preoccupazioni principali.

Ma parlando più specificatamente del nostro paese: l’Italia è tra i più attivi laboratori di idee per la ricerca e sappiamo che le nostre imprese ed università partecipano in gran numero ai bandi europei. Il dato positivo tradisce, però, una realtà meno incoraggiante, e cioè il fatto che molte di loro si riversano sui fondi comunitari per mancanza di risorse nazionali. I centri di ricerca in Italia sono costretti a distogliere capitale umano dall’attività loro propria di ricerca, per assegnarli a tutt’altro tipo di ricerca: quella dei finanziamenti, che, come sappiamo, implica un oneroso lavoro di scrittura dei progetti.

Pertanto, se dovessi immaginare delle azioni tese a migliorare il potenziale del nostro Paese, mi concentrerei in primo luogo sull’aumento di risorse proprie, certe e non soggette all’incognita di una competizione europea sempre più agguerrita, in modo da consentire ad imprese ed enti di ricerca di programmare a lunga scadenza i propri obiettivi.

Inoltre, andrebbero attuate delle politiche incisive per evitare la fuga di cervelli, e al contrario attrarre talenti e ricercatori da tutto il mondo. Le strutture di eccellenza in grado di fare ciò non ci mancano.

Anche lo Strumento per le PMI è sicuramente un passo in avanti verso le esigenze specifiche delle piccole imprese innovative, che da noi rappresentano una parte consistente del tessuto produttivo nazionale.

Tuttavia, va migliorato, sia in termini di dotazione di bilancio sia sotto l’aspetto funzionale. Un aumento della dotazione di bilancio è auspicabile e va nella giusta direzione, ma non basta. Si deve offrire all’imprenditore l’opportunità di accedere a colloqui di selezione, che sostituiscano in parte l’estenuante trafila burocratica. In caso di insuccesso della candidatura, l’attuale modello di evaluation report è poco funzionale, perché non consente all’imprenditore di capire dove ha sbagliato; in questo senso, ed anche per un’esigenza di maggiore trasparenza, i pareri dei valutatori andrebbero resi noti sia pure in forma anonima, solo in questo modo l’imprenditore può rendersi conto se la sua idea ha qualche possibilità di stare sul mercato.

Altre criticità , ma anche proposte , che mi sento di avanzare riguardano:

1) Prima di tutto il fatto che differenti settori hanno diversi margini e possibilità di successo. Ovvero non c’è un’equa distribuzione tra gli ambiti delle call e questo ha anche ricadute meramente geografiche. Ovvero la spinta eccessiva verso la ricerca applicata ha creato una grossa penalizzazione della ricerca di base in Europa e questo ha allargato il divario fra paesi più ricchi e avanzati (leggi Olanda, Germania e nordici in generale) che investono molto a livello nazionale nella ricerca di base e gli altri paesi dell’Unione. Si dirà che ci sono le Marie Curie ma sono progetti di singoli ricercatori che seppure di buon qualità frammentano ulteriormente la ricerca europea.

2) il processo di selezione a volte sembra poco trasparente o comunque poco democratico in quanto sembra che gli istituti di élites hanno prevalentemente accesso ai fondi. Questo dipende dalla struttura stessa delle call in quanto spesso viene richiesto un background o una forza lavoro che solo i centri di ricerca più grandi possono sostenere. Per non parlare poi del caso di veri e propri monopoli della ricerca. E con questo, permettetemelo, faccio una critica non proprio velata a quello che sta succedendo con la questione della ricerca finanziata attraverso Horizon2020 per l’urgenza Xylella in Puglia, in cui quasi 14 milioni di euro sono stati erogati attraverso questo programma per progetti che hanno come capofila sempre il CNR di Bari, che di fatto ad oggi sembra l’unico ente di ricerca ad avere dei dati scientifici utilizzabili per progetti di ricerca in merito.

3) molto spesso le nuove Start-up hanno difficoltà ad interfacciarsi con questo sistema di fondi

4) bisognerebbe rendere il pilastro sociale più flessibile e ricercare un equilibrio fra finanziamento di grandi progetti con quelli medio-piccoli spingendo gli enti di ricerca a collaborare continuamente risolvendo il problema della concentrazione di fondi. Inoltre i progetti sono moltissimi e l’impatto viene valutato sulla carta, cioè sulla base di quello che scrivono i consorzi, l’impatto reale non si sa quale sia.

Servirebbero progetti più piccoli, mirati alla soluzione di problemi nel medio e lungo periodo e non ai problemi contingenti.

5) Dobbiamo trovare un bilanciamento sulla distribuzione dei fondi. Non dico di usare criteri geografici per l’attribuzione delle risorse applicando in toto i principi della politica di coesione ma nemmeno accentrare tutto in poche regioni, lavorando di pari passo e in modo integrato con chi gestisce i fondi strutturali.

In questo senso la governance e la direzione strategica del management dell’European Innovation Council potrebbe avere un effetto a cascata sicuramente positivo per la definizione delle strategie regionali di innovazione se e nella misura in cui l’EIC diventi un attore fondamentale che assicuri il coordinamento e la coerenza strategica dell’intero settore dell’innovazione europea, agendo magari come vettore di sinergie utili e virtuose tra H2020 e Fondi Strutturali e di Investimento

A ciò si aggiunge in fatto che le strategie di specializzazione intelligente definiscono i quadri di riferimento nazionali o regionali per gli investimenti nella ricerca e nell’innovazione non solo a titolo dei fondi SIE, ma di tutte le fonti di finanziamento. L’introduzione, nell’attuale quadro di programmazione, della condizionalità ex-ante nell’introduzione delle strategie di specializzazione intelligente (RIS3) quale condizione ex ante per le priorità d’investimento del FESR naturalmente sortisce un effetto positivo in quanto favorisce il coinvolgimento-idealmente non solo formale ma anche sostanziale-di numerosi stakeholders della ricerca, dalle università ai centri di ricerca, e tanto più in un contesto italiano che esprime numerosissime eccellenze ma che spesso, proprio per mancanza di coordinamento e di sinergie strategiche, fatica un po’ di più rispetto ad altri Paesi, soprattutto del centro e del nord Europa.

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ROSA D'AMATO