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Per ILVA un solo futuro possibile: la chiusura
20 gennaio 2016
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Da qualsiasi parte la si voglia osservare, la vicenda Ilva presenta un solo approdo possibile: la chiusura dello stabilimento di Taranto, la ricollocazione degli impiegati diretti, il sostengo all’indotto per consentirne la diversificazione, la più ampia riconversione di un territorio violentato dal 1960.

Non è utopia, anzi. È meno costoso di qualsiasi piano di rilancio della produzione di un acciaio poco concorrenziale, inquinante e prodotto dentro acciaierie vetuste e fuori norma.
Finanziare una nuova stagione industriale inquinante è più oneroso di una pianificazione che punti ad nuova economia pulita.
La chiusura dell’Ilva significa la riapertura di una prospettiva concreta per Taranto, per i suoi mari e per l’entroterra.

Sarà questa la traccia di lavoro di M5S e di chiunque avrà la capacità – morale e politica –  e la caparbietà di affiancarci a Taranto, in provincia e in Puglia per raggiungere un obiettivo possibile.
Le idee ci sono, presto le presenteremo.

Basta scorrere i capitoli dei bilanci pubblici, basta conoscere ciò che l’Europa rende disponibile, basta avere una visione di futuro che sia culturalmente svincolata dal legame Taranto-acciaio. Basta liberarsi dai lacci mentali che tolgono il fiato ad una popolazione stanca di essere avvelenata. E per giunta affamata da una crisi industriale senza precedenti.
È dunque il momento di cambiare modello di sviluppo, anche perché quel modello è miseramente fallito. È il momento giusto per farlo.

Ma il Governo Renzi ha intrapreso la strada opposta. Finanzia un’azienda privata, la commissaria, la rifinanzia e adesso la mette in vendita mentre il decreto che lo prevede è ancora in itinere. Una accelerazione pilatesca. Il segnale di resa di un Governo che – ciliegina sulla torta – affida la direzione generale ad un manager condannato per il rogo della Thyssen (dopo un giorno, il dirigente ha declinato opportunamente l’invito).

Una operazione contorta, quella del salvataggio Ilva, opaca: agli acquirenti  si promette un salvacondotto ‘ambientale’, garantendo tempi più lunghi per la messa a norma degli impianti inquinanti e per la copertura dei parchi minerali.  Della serie: comprate e non abbiate fretta, i tarantini possono aspettare!

Noi diciamo NO

I milioni già spesi o impegnati potrebbero servire per altro. Potrebbero ad esempio agevolare le bonifiche dell’area, previa chiusura delle acciaierie. Potrebbero garantire l’avvio dei lavori di riconversione. Potrebbero diventare il primo passo di un nuovo e lungo cammino che risarcisca Taranto, come giusto che sia.
Gli stanziamenti sono stati vari e ripetuti: il prestito ponte di 250 milioni nel 2014; un secondo prestito ponte di 400milioni nel 2015; 300 milioni per le indilazionabili esigenze finanziarie ad Ilva in amministrazione straordinaria (e qui scatta la procedura di infrazione UE per aiuti di Stato). In ultimo Il decreto in discussione a senato: altri 800 milioni (600 nel 2016 e 200 nel 2017). Questo il forziere che andrà a supporto dell’azione privata e non a soccorso dei tarantini avvelenati per i quali il sistema dei partiti e dei sindacati sta varando un Contratto Istituzionale composto per lo più da progetti noti, fondi già stanziati, promesse storicamente inevase che d’un tratto diventano geniali, possibili, fattibili.

Tutto ciò, mentre il Governatore della Puglia punta sul gas (guarda un po’, quel gas che in Puglia legittimerà la Tap) e il Pd di Renzi fa approvare alla Camera un ordine del giorno a supporto della proposta di Emiliano:  Roma e Bari hanno deciso per Taranto.Insomma, un pacchetto di promesse ed illusioni che si intende infiocchettare in vista delle prossime elezioni comunali (2017) dando agli acquirenti Ilva tutto il tempo necessario per organizzarsi e integrarsi nel tessuto connettivo tarantino.
NOI diciamo NOa questo scherma e promettiamo battaglia politica, quartiere per quartiere, proponendo alternative.
Ma Ilva deve chiudere: alimentare speranze di futuro, costruendole su basi fragili, non è serio.

Il preridotto e il gas… ad esempio.
Idee date in pasto ai social e alla stampa senza andare a fondo, galleggiando in superficie. Chiunque abbia dimestichezza con il ciclo produttivo dell’acciaio sa benissimo che non c’è sistema Corex, Finex, Midrex e forno elettrico che tenga di fronte alla necessità di NON INQUINARE: qualsiasi metodo comporta emissioni, a prescindere da livelli produttivi. E qualsiasi metodo contempla la presenza di polveri, vera piaga costante e imprescindibile da mettere nel conto ambientale e sociale.
Tra l’altro, l’uso del preridotto è appropriato se non esiste una buona disponibilità di rottame di qualità. Quando si utilizza il processo di riduzione diretta, la qualità del prodotto finale dipende altamente dalla qualità del minerale in ingresso, poiché inquinanti non possono essere rimossi nello stato solido.  Dunque, il pericolo inquinamento è una costante.
Inoltre, le previsioni indicano che le riserve di minerale di ferro sono in via di esaurimento mentre sta aumentando la disponibilità di rottame: ciò rappresenta un ulteriore ostacolo allo sviluppo delle tecnologie alla base del preridotto.
Infine, l’impatto ambientale delle varie tecnologie di produzione dell’acciaio mostra, con assoluta evidenza, che l’introduzione dei processi di riduzione diretta hanno come effetto le emissioni di CO2, NOx, SO2, e particolato.
La comparazione tra il classico altoforno (BF), il forno elettrico (EAF) ed il processo di riduzione diretta Midrex, mostra come quest’ultimo generi pressappoco lo stesso livello di PM10 dell’altoforno ed addirittura un livello di PM2,5  superiore di 5,5 volte.Non serve, in parole poche parole, cambiare sistema produttivo.
Occorre chiudere Ilva. Voltare pagina, se si ambisce al risanamento del territorio e della qualità della vita dei tarantini, è l’unica via.
Non si sprechino soldi per partite perse. Si punti piuttosto a finanziare il futuro.L’Europa, ad esempio, tra il suo pacchetto di fondi, presenta ii Feg.

Secondo noi questo capitolo può essere implementato e può diventare uno strumento utile, soprattutto accompagnato ad una serie di altri interventi, come i Fondi Strutturali e di Investimento, che per dimensione e obiettivi si pongono  il reinserimento dei lavoratori.
Qual è la sfida?
Intanto l’abbandono del gigantismo industriale, quasi sempre causa di ricatto occupazionale e danni ambientali. Riformare il Feg ci appare utile per finanziare il nuovo modello di sviluppo tarantino, che guardi con concretezza alla connettività digitale, alle fonti energetiche rinnovabili, ai trasporti intelligenti ed ecosostenibili, alla capacità ricettiva, all’ industria del sapere e della storia.
Qual è la procedura?
1.  Uno Stato membro registra ingenti esuberi causati dalla globalizzazione o da una crisi e il datore di lavoro e i rappresentanti dei lavoratori hanno concordato un piano sociale, si appronta un piano d’azione con i referenti FEG dello Stato membro (nel caso dell’Italia, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali) per aiutare i lavoratori interessati.
2. Il Paese in questione può quindi presentare all’Unione europea il piano d’azione con una domanda di contributo finanziario del FEG. Il piano d’azione dura 24 mesi.
3. La Commissione Europea esamina il piano e lo presenta per approvazione all’autorità di bilancio (Consiglio e Parlamento europeo).
4. Se viene approvato, lo Stato membro può ottenere un contributo che copre fino al 60% del costo del piano d’azione. Sino ad oggi, nessuna domanda è stata respinta. Il restante 40% viene coperto normalmente dalle autorità nazionali, ed è prevista la possibilità di integrazione anche da parte della stessa azienda.
Rimpinguare il fondo adattarlo alle esigenze dei territori inquinati da grandi insediamenti industriali.
Questa è la sfida che la politica italiana dovrebbe ingaggiare.
Noi ci proviamo.
TARANTO LIBERA

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ROSA D'AMATO