Ambiente Note Informative
Petrolio: L’oro (nero) solo per pochi
16 aprile 2016
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Ben 107 richieste di “ricerca e prospezione”, di cui 40 riguardano il nostro mare. Un territorio vastissimo, un patrimonio della biodiversità che rischia di venire perforato per estrarre petrolio o per cercarlo. Un rischio sempre più concreto grazie allo “Sblocca Italia” del governo Renzi, che di fatto rende più semplice l’iter per avviare le trivellazioni, anche entro le 12 miglia dalla costa.

Tutte trivelle pronte a scattare in aree marine di fondamentale importanza per la biodiversità del mar Mediterraneo, a ridosso di siti di interesse comunitario, di zone protette speciali e di aree archeologiche.

C’è il cosiddetto santuario dei cetacei (balene e delfini) detto Pelagos nel mar Tirreno, o i banchi dove si riproducono buona parte delle specie marine del Mediterraneo, quelli del Canale di Sicilia.

I dati emergono dall’analisi delle istanze presentate dalle società petrolifere al Ministero dello Sviluppo Economico. A cui vanno aggiunti i permessi già concessi. Al momento, in Italia sono vigenti ben 202 concessioni di coltivazione di idrocarburi, di cui 133 in terraferma e 69 in mare.

Per quanto riguarda le trivelle in mare, entro le 12 miglia, ci sono a oggi 35 concessioni di estrazione di idrocarburi. Tre di queste sono inattive, una è in sospeso fino alla fine del 2016 (è quella di Ombrina Mare, al largo delle coste abruzzesi), cinque erano non produttive nel 2015. Le altre 26 concessioni, che sono produttive, sono distribuite tra il mare Adriatico, il mar Ionio e il Canale di Sicilia, per un totale di 79 piattaforme e 463 pozzi.

E le piattaforme non più attive? Beh, gli ecomostri sono ancora li’ e nessuno, né lo Stato, né i privati, hanno ancora mosso dito per restiruire ai cittadini il bene che hanno deturpato e sfruttato.

TRIVELLE, CONVIENE A LIVELLO ECONOMICO? 

Anche se i fatturati delle aziende petrolifere non sono tra i più trasparenti, stando alla produzione 2015 e ai prezzi di vendita di gas e olio greggio, la stima degli introiti in Italia è di ben 7 miliardi di euro solo con la vendita delle materie prime estratte.

Una cifra importante. Peccato però che, a dispetto di quanto dicono i sostenitori dei signori del petrolio, il ritorno per le casse dello Stato sia più che misero. Stando ai dati dello stesso Ministero dello Sviluppo economico, nel 2015 i ricavi dalle royalty sono stati di poco superiori ai 351 milioni di euro. Di questi, 55 milioni vanno alle casse dello Stato, 163 milioni alle Regioni, 26 ai Comuni, 75 milioni a un fondo per lo sviluppo economico e 31 milioni alla cosiddetta “aliquota ambiente e sicurezza”, in sostanza alle opere che dovrebbero servire a monitorare e rendere sicure le stesse estrazioni.

In sostanza, ai terrritori torna pochissimo o nulla.

I DANNI CHE NESSUNO PAGA

Il primo problema legato alle trivelle è rappresentato dalle stesse operazioni di perforazione. Dopo il terremoto del 2012 in Emilia Romagna, la Regione commissionò uno studio per verificare la relazione tra sisma e attività petrolifere. Ne venne fuori un rapporto (il rapporto Ichese) che non esclude né conferma questa relazione. Di certo ci sono i danni che le operazioni petrolifere producono in mare, già a partire dalle attività di ricerca di idrocarburi. Già, perché la ricerca viene fatta attraverso la tecnica dell’air gun, che utilizza delle vere e proprie detonazioni subacquee per rilevare la presenza di petrolio nei fondali, arrecando però gravissimi danni alla fauna marina.

C’è poi il problema degli sversamenti di petrolio, che in Italia è ritornato alla luce qualche tempo fa a seguito del sabotaggio del deposito che ha portato allo scarico di circa 600 mila litri di petrolio e oli nel fiume Lambro. Il rischio di sversamenti è sempre dietro l’angolo, soprattutto nelle tre piattaforme offshore italiane. Ma non solo: se il Mediterraneo è tra i mari più inquinati da idrocarburi, buona parte di questo triste record è imputabile ai lavaggi delle navi petroliere effettuati al largo. Già, perché il 20 per cento del traffico petrolifero mondiale passa proprio per il Mare Nostrum.

A questo bisogna aggiungere la fitta rete di oleodotti e gasdotti, oltre alla raffinerie. Le raffinerie rappresentano uno dei maggiori rischi ambientali per il Paese. Lo scorso settembre, un incendio alla raffineria di Milazzo, in Sicilia, ha mandato a fuoco oltre un milione di litri di carburante con danni elevati all’ambiente. Un altro incendio era scoppiato pochi mesi prima, a marzo, nella raffineria di Gela, dove purtroppo, sempre quest’anno, si è verificato anche un incidente mortale in cui è morto un operaio (nel 2013, secondo i dati del Ministero dello Sviluppo, sono stati 16 gli incidenti sul lavoro legati alle operazioni di estrazione e raffinazione di petrolio, di cui 4 gravi). Tali incendi non sono un caso isolato: nel 2013 era successo alla torre dell’Eni di Taranto e ancora una volta a Gela. Ovviamente, ci riferiamo a episodi balzati agli onori della cronaca. Poco si sa su eventuali altri casi.

Quel che sappiamo, invece, è l’inquinamento prodotto dalla raffinerie. Stando a uno studio di Legambiente, la Saras Raffinerie Sarde Spa nel 2010 ha emesso 3.450 tonnellate di ossido di azoto. Quella di Gela si è distinta per emissioni di ossidi di zolfo (Sox), con 16.700 tonnellate emesse pari al 12% delle emissioni totali di tutte le raffinerie italiane, e per quelle di più mercurio, con 237 kg emessi in atmosfera nel 2010. Per i composti organici volatili non metanici il primato va a Milazzo con circa 3mila tonnellate di Nmvoc emesse. Alla lombarda raffineria di Sannazzaro de’ Burgondi spetta invece il primato per le emissioni di arsenico con 258 kg emessi nel 2010. Per le emissioni di nichel in atmosfera il primo posto va alla raffineria di Venezia, con 1.590 kg emessi nel 2010.

Chi paga per questi danni? Purtroppo nessuno. Nonostante le norme europee e una sentenza della Corte di giustizia europea del 2010, la responsabilità ambientale in Italia è ancora una chimera.

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ROSA D'AMATO