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Xylella: No a macchina del fango, si agisca subito con misure alternative e sostenibili
16 gennaio 2016
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Lettera aperta

“La scienza alla sbarra”. “Quelli che odiano la scienza”. “Complottismo antiscientifico”. Sono questi alcuni dei titoli che giornalisti e opinionisti, più o meno autorevoli, hanno dato in queste settimane alle loro dotte dissertazioni sull’indagine che la Procura di Lecce ha avviato sulla gestione del disseccamento rapido dell’ulivo in Puglia (o più comunemente, sul caso Xylella). Siamo solo alla fase delle indagini, ma tanto è bastato per far sollevare dita inquisitorie non solo contro i magistrati ma contro tutto quel fronte eterogeneo che non condivide le misure anti-Xylella del cosiddetto Piano Silletti, ossia gli abbattimenti massicci di ulivi e l’uso di pesticidi su larga scala.

L’accusa per i giudici e per questo fronte è di essere dei complottisti paranoici che si oppongono alla Scienza con la “s” maiuscola. Da un lato ci sarebbe la scienza (il piano Silletti), dall’altro dei folli oscurantisti. Peccato che di questo fronte finito sotto accusa facciano parte, oltre a semplici cittadini,  anche esperti, agricoltori, organizzazioni di categoria e, si pensi un po’, scienziati. E non scienziati sedicenti, ma ricercatori internazionali che della Xylella si occupano da decenni. E che sono invitati come esperti a convegni promossi dall’Ue, ossia da chi ha avvallato e indirizzato il piano Silletti.

Ora, non spetta a me difendere la Procura di Lecce: non so come andranno a finire le indagini e mi auguro che i giudici sapranno andare oltre le pressioni esercitate da alcuni mezzi d’informazione per fare luce sulla vicenda. Ma c’è una verità giuridica e c’è una verità politica. A me, da eurodeputata, interessa ristabilire la seconda, anche per soffiarmi via di dosso le fastidiose “dicerie dell’untore” che hanno colpito anche me.

Lo faccio partendo da un assunto incontestabile: le misure anti-Xylella finite sotto la lente della Procura di Lecce non hanno alcuna base scientifica. Non lo dico io, la “complottista” Rosa D’Amato: lo dicono gli stessi attori, Ue e governo italiano, autori del famigerato Piano Silletti.

Tale piano si basa sul fatto che non esiste nessuna cura contro la Xylella che sia scientificamente provata. Da qui, la decisione di adottare un protocollo di emergenza per fermare l’avanzata del batterio: abbattimenti e pesticidi.

Ora, dinanzi a questo protocollo si puo’ essere favorevoli o contrari. Ma dire che chi è contro ‘odia la scienza’, oltre a essere una menzogna, è una grande mascalzonata. Significa affidarsi ciecamente e in modo fondamentalista al parere di una stretta cerchia di specialisti (quella del Cnr di Bari nel caso in questione), dimenticando tutti quei filoni di ricerche, condotte in mezzo mondo, che dicono che gli abbattimenti sono risultati nella maggior parte dei casi inutili e che l’uso di pesticidi, anziché fermare la Xyella, ha indebolito terreni e piante favorendone cosi’ la diffusione.

Faccio l’esempio degli studi di Alexander Purcell, che dal 1978 conduce ricerche sulla Xylella in California e in altre zone del globo. In un suo articolo pubblicato sul Foglio lo scorso giugno si legge: “Ancorché non sia possibile prevedere dove e come la Xylella si diffonderà, è però un fatto che quando il batterio penetra in un territorio e vi si insedia, la sua eradicazione non è più possibile. La prevenzione è quindi l’unico efficace mezzo per affrontare questo patogeno”.

Prevenire non significa abbattere, non vuol dire lavorare sull’eliminazione di un batterio che nessuno, in quasi 40 anni, è riuscito a eliminare: significa semmai agire sul complesso di cause che portano alle malattie di cui la Xylella (nelle sue diverse forme) è stata responsabile o corresponsabile. Significa rendere i terreni e le piante di una determinata area più resistenti attraverso pratiche agronomiche sostenibili.

Ripeto: non lo dico io, Rosa D’Amato, da europarlamentare, ma ricercatori di mezzo mondo, dal Brasile alla California fino alla stessa Puglia. Già oggi in Salento ci sono casi accertati in cui, lavorando sulla malattia con pratiche sostenibili, non si è sconfitto il batterio ma si è eliminata la malattia, ossia il disseccamento degli ulivi. Eppure nessuno di questi casi è stato preso in considerazione da Bruxelles e Roma.

Quello che ho chiesto più volte, sulla scorta di documenti congiunti elaborati con esperti, ricercatori e organizzazioni del settore agricolo e del biologico, è che nello stanziare fondi per la ricerca si tenessero in considerazione i diversi filoni possibili invece di concentrarsi solo sul Cnr di Bari e solo sul rigido protocollo abbattimenti/pesticidi. Non “meno scienza” chiediamo, ma “più scienza”. Perché, come dice sempre Purcell (citato più volte come ‘buon esempio di scienza’ proprio da chi attacca la Procura di Lecce), “le strategie di lotta che funzionano in una determinata regione o su di una specifica coltura possono non essere altrettanto efficaci su altre colture, o sulla medesima coltura ma in condizioni climatiche differenti”. Ad esempio, “in tre differenti aree californiane vengono adottati tre diversi metodi di lotta contro la malattia di Pierce”, ossia la malattia provocata dal ceppo di Xylella che ha attaccato le viti statunitensi.

Ora, dato che il piano Silletti è bloccato per via dell’indagine della magistratura, perché non promuovere quelle pratiche alternative che hanno dato già buoni risultati e che eviterebbero l’abbattimento degli ulivi? Cosa c’è da perdere? Perché chiedere di allargare il campo della ricerca anche a questi filoni dovrebbe essere, come scritto da qualcuno, “odio per la scienza”?

Rosa D’Amato, eurodeputata M5S

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ROSA D'AMATO